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DONNE E ALPINISMO


RELAZIONE CONVEGNO DI BELLUNO - 28.10.1999
“STORIA ALPINISTICA DELLE DONNE NEL ‘900”


Il mio, più che un intervento, potrebbe essere l’inizio di un dibattito dal titolo:
perché è mancata e manca tuttora una concreta presenza femminile in Himalaya.
Più di ogni altra, la storia dell’alpinismo himalayano è scritta al maschile, a cominciare dallo spirito romantico dei primi tentativi di Mummery, fino alle imprese eroiche nazionaliste strumentalizzate dai sistemi per affermare una presunta superiorità nazionale e razziale.
L’alpinismo himalayano è stato fin dall’inizio un terreno di gioco esclusivo per uomini.
Un episodio è rappresentativo: nel 1924 un’alpinista francese scrisse al Comitato Inglese per l’Everest, chiedendo di partecipare alla spedizione che stavano organizzando. Il Comitato, stupefatto per l’ardire, rispose che era impossibile accogliere richieste di signore di qualsiasi nazionalità, perché le difficoltà sarebbero state troppo grandi.
A parte qualche raro caso come la sfortunata spedizione femminile di Claude Kogan al Cho Oyu, le donne hanno incominciato a salire gli 8000 solo negli anni ‘70.
Nel ‘75 la giapponese Junko Tabei salì l’Everest a capo di una spedizione femminile, ma ad oggi poche sono state le donne che hanno segnato con la loro attività la storia alpinistica himalayana.
Qualche nome: Wanda Rutkiewich morta sul Kanchenjunga dopo aver salito nove ottomila, Allison Hergrawes, grande alpinista solitaria morta sul K2, Chantal Mauduit anche lei con 5 ottomila all’attivo e morta lo scorso anno. Altri nomi: Liliane Barrad, Maria Stremfelj, l’italiana Valentina Lauthier.
Comunque poche grandi figure, non attorniate né seguite da una effettiva presenza femminile.
Nella mia esperienza himalayana, anch’io ho incontrato pochissime donne.
Anche in campi base affollati come all’Everest, Cho Oyu o Shisha Pangma, su una popolazione di oltre un centinaio di alpinisti solo un 10% scarso era costituito da donne.
I motivi credo siano diversi.
Uno può essere il fatto che l’organizzazione è generalmente in mano agli uomini, che forse spesso discriminano la donna che offre meno garanzia di forza fisica, ma solo quella e forse neanche quella.
Un altro motivo può essere dovuto al fatto che in genere per un giovane è difficile far fronte gli elevati costi che una spedizione comporta, e quando, con gli anni, si raggiunge la disponibilità finanziaria che permette di partire (comunque a fatica, e con pesanti tagli alle spese nei bilanci familiari) , di solito a quel punto le donne sono già madri, e non se la sentono di lasciare i figli a casa e quindi rinunciano a favore del marito, per tradizione più libero di muoversi anche per lunghi periodi.
A volte è anche un limite che per prime si pongono le donne, non ritenendosi in grado di affrontare le fatiche e le difficoltà che una spedizione comporta.
All’interno di questo quadro, la mia situazione penso sia una delle più fortunate. Condivido questa passione con Romano, mio marito; e nelle mie spedizioni ho sempre incontrato persone -
anzi - uomini che non avendo bisogno di imporre il loro predominio, hanno permesso di non perdere tempo ed energie in sfide e beghe da campo base, per concentrarsi esclusivamente sulla salita.
Io al massimo, ho portato qualche chilo in meno nello zaino, ma il rapporto è sempre stato paritario: stessi doveri e stessi diritti.
Il problema è sempre stato più rivolto all’esterno, verso l’opinione pubblica che preferiva vedermi come l’elemento decorativo del gruppo, non ritenendomi adatta, in quanto donna, ad affrontare questo tipo di attività.
E questo rappresenta un’ulteriore limite all’espansione dell’alpinismo femminile in Himalaya.
Tuttora una donna, per porsi all’attenzione del pubblico, impiega più tempo ed energie di un uomo e in questo la responsabilità è anche della stampa.
Probabilmente il bacino d’utenza delle riviste di settore è maschile, e quindi generalmente fatto dagli uomini, per gli uomini. Parlare tanto di donne non sarebbe funzionale alle vendite.
E qui si innesca un meccanismo a catena, perché finché non si divulgano le seppur poche esperienze femminili, non si da la possibilità ad altre donne di acquisire dati, termini di paragone, e familiarità con questa forma di alpinismo.
Se fino ad ora nessuna donna è arrivata alla fine della gara per i 14 ottomila, questo non vuole dire che i risultati delle donne debbano essere trascurati, anche perché, e questo vale per tutti, non è detto che la bravura e la fantasia di un alpinista si misuri con le cime raggiunte.
Le regole del gioco, i metri di valutazione sono stabiliti da uomini, così come le regole comportamentali e le rigorose definizioni di stili (alpino/ himalayano, professionismo, spedizioni commerciali) un labirinto di regole sempre più ferree e alla fine sempre meno rispettate.
Ma se è vero che ciascuno vive l’alpinismo, come ogni altra attività umana, dall’interno del proprio orizzonte psicologico, emotivo, culturale, è evidente che ciascuno va in montagna con un diverso atteggiamento e una diversa finalità.
E forse io, come donna, quando voglio adeguarmi al modello maschile, continuo a ripetere l’errore di cercare in me qualità che non ho, trascurando di coltivare quelle che possiedo, che non sono né superiori né inferiori a quelle di un uomo, ma semplicemente diverse.-



SPEDIZIONI



Realizzare una spedizione richiede senz’altro un bell’impegno: ci vogliono tempo, energie e soprattutto denaro ed è possibile che questi fattori contribuiscano a far oltrepassare un po’ quella soglia.

In Himalaya, così come sulle Alpi, ci sono zone o anche semplicemente versanti di montagne in cui sei completamente solo e isolato, ed altre che sono talmente affollate da essere quasi “impraticabili”. Ma essere soli in un raggio di giorni e giorni di cammino o salire in fila indiana sulle corde fisse all’Everest non fa differenza. L’avere intorno altre persone può creare solo false sicurezze, perché in realtà si è comunque soli e ogni nostra azione deve nascere dalla consapevolezza della propria autosufficienza, fisica e psicologica. Per questo semmai, la soglia di rischio dovrebbe essere valutata con una maggiore attenzione.

Non penso ci sia soluzione. Valutato il rischio per la propria incolumità, non ci si dovrebbe nemmeno porre la domanda se intervenire o no, come non dovrebbe essere un vanto successivamente, l’aver prestato soccorso a chi aveva bisogno d’aiuto. In realtà non credo che la montagna ci renda migliori: in alta quota siamo le stesse persone che per strada si girano dall’altra parte per non dover soccorrere una persona in difficoltà, quindi chi non lo fa a livello del mare non lo farà nemmeno in alta quota.

Penso che sarebbe insensato anche creare delle norme che impongano alle spedizioni la prestazione del soccorso, in primo luogo perché come in ogni campo, un labirinto di regole sempre più ferree ha come unico risultato che queste vengano sempre meno rispettate, e soprattutto perché una aleatoria garanzia di soccorso aprirebbe le porte ad un ulteriore maggior numero di persone attratte dalla sfida con le grandi montagne ma assolutamente impreparate a farlo.

Sono convinta che uno degli aspetti più vantaggiosi delle spedizioni sia proprio l’opportunità che ci viene data di entrare in contatto con le popolazioni locali. Parlare e vivere insieme a loro, conoscere la loro realtà e la loro storia rappresenta per noi il modo migliore per imparare a smentire i nostri pregiudizi e la nostra presunzione di considerare il nostro, come il “modello universale e superiore”.

Per arrivare ad un equilibrio fra le mie esigenze vacanziere e la loro realtà, ho sempre cercato di impostare relazioni basate sul reciproco rispetto. E’ vero, alle volte possono sorgere alcuni disaccordi, ma generalmente sono determinati dal dissennato sfruttamento della manodopera da parte dei loro stessi intermediari e delle loro istituzioni.

Forse prima di tutto bisognerebbe definire cosa intendiamo per “exploit”, quali sono gli elementi che fanno distinguere un’impresa fra le migliaia di salite realizzate, quali sono gli ingredienti e in quali dosi. Senza dubbio per exploit si intende un’impresa difficile, ma questo non significa solo “la più difficile tecnicamente”; nella valutazione ci sono molte altre componenti: l’armonia, la fantasia, il rispetto, l’equilibrio. Pensare che per fare un exploit sia “sufficiente” rischiare di più sarebbe semplicistico e riduttivo. Ma al giorno d’oggi in nome delle esigenze commerciali, ogni attività umana ci viene proposta come moda, in maniera semplicistica e sensazionalistica e anche l’alpinismo, strettamente legato al contesto sociale e culturale non sfugge a questa regola.

E così giorno dopo giorno, in nome delle leggi di mercato ci ritroviamo a dover accettare e perdonare di tutto, compresi gli exploit “gonfiati” o quelli che di alpinistico hanno ben poco.

Per quanto mi riguarda, quando vado in montagna io non sono in grado di pensare alla valutazione alpinistico / commerciale della salita: sono già abbastanza impegnata a concentrarmi su quello che sto facendo. Mentre per problema di mentire sul reale valore di una salita, a me si rimprovera piuttosto che tendo a minimizzare quello che faccio.

Qualche volta mi è capitato di fare il capo spedizione, ma solo in gruppi molto piccoli, dove l’incarico era quasi formale e riguardava solo i rapporti con le autorità. Non mi sono comunque mai trovata in situazioni in cui il capo spedizione dovesse fare anche il papà; forse sono stata fortunata, ma ho sempre incontrato compagni che non avendo bisogno di imporre il loro predominio, hanno permesso di non perdere tempo ed energie in sfide e beghe da campo base, per concentrarsi esclusivamente sulla salita. Di certo la forzata convivenza, per di più nelle condizioni disagiate dell’alta quota, fa sì che in spedizione può succedere di arrivare a mostrare il peggio di noi stessi (in quanto a paure, egoismo, presunzione, meschinità, etc. etc.), ma basta un minimo di tolleranza da parte di ciascuno per riuscire ad accettare quasi serenamente i difetti degli altri e far sopportare i nostri, con il risultato fondamentale di riuscire a mantenere l’unità del gruppo e di far nascere anche profondi rapporti d’amicizia. Non sono una buonista; ho solo constatato che la vita d’alta quota placa rapidamente i bollenti spiriti e i sogni di gloria nati sul divano di casa devono essere rivisti alla luce di un’infinità di variabili, alcune importanti e gravi e altre tanto banali da sembrare ridicole, e comunque tutte determinanti per la riuscita della salita. E’ semplicemente la natura che provvede a mettere a posto le cose; e se nonostante tutto qualcuno non la capisce…




SOGNO O SON DESTO


“SOGNO O SON DESTO?!” (tratto da scene da un’invernale)

L’azione si svolge sulla cima del Piccolo Mangart di Coritenza, alle ore 2 circa della mattina del 26 dicembre 1987.
Per i tre protagonisti: Romano, Alberto e Nives, si tratta dell’ultimo bivacco in parete, dopo che in cinque giorni di estenuante “lotta con l’Alpe”, sono riusciti a salire in prima invernale la via al “Pilastro Nord”.
La vetta era stata conquistata alle ore 19 della sera precedente; nessuno jodler si era levato in segno di vittoria, una rituale ma sincera stretta di mano era stata sufficiente. Avevano quindi fatto sciogliere un po’ di neve, preparato del tè, e subito si erano messi alla ricerca del posto migliore per allestire il bivacco per poter stare, per la prima volta dopo cinque giorni, completamente distesi. Nessuna lotta era più necessaria per contendersi lo spazio per respirare e stendere un po’ le gambe, e finalmente il riposo poteva essere tranquillo, senza più il timore che la neve cedesse sotto il loro peso, lasciandoli appesi come marionette nel bel mezzo della lunga notte invernale.
La scena che li circonda è surreale: grandi massi emergono dalla scintillante coltre nevosa, illuminati dalla sinistra luce della luna.
I tre, stesi nel mezzo di un semicerchio roccioso, stanno finalmente dormendo “il sonno dei giusti”, riscaldati dal tepore dei loro sacchi a pelo e dall’intima gioia per la vittoria.
Il vento è calato e tutt’intorno è silenzio, solo Alberto si rigira nel suo sacco a pelo, trafficando con le cerniere.

Alberto (sentendo che Nives si è svegliata) :”Sai che sogno strano ho fatto…(riflette)…Ma a dire il
vero non era proprio un sogno, visto che non stavo dormendo…Forse era un’allucinazione.”

Nives (un po’ irritata) :”Sentiamo!”

Alberto: “E’ successo qualche minuto fa…(quasi pentito di aver iniziato il discorso). Non hai sentito nessun rumore, tu?!”.

Nives inizia ad annoiarsi :”No.”

Alberto: “Stavo cercando di dormire, quando ho sentito un rumore. Strano, ho pensato: gli altri dormono ed il vento di ieri sera è calato… Sono rimasto ad ascoltare e dopo un po’ ho capito che era il suono di passi che lentamente si avvicinavano…”

Nives ( un po’ preoccupata): “Ma cosa poteva essere. Hai visto qualcosa?”

Alberto (a voce più alta): “No. Sai che ieri sera c’era quel vento forte, così per ripararmi ho infilato anche la testa nel sacco a pelo e ho chiuso tutte le cerniere e tirato i cordini. Quando ho sentito i passi, cercando di mantenere la calma ho iniziato a sciogliere i lacci, ma i passi si avvicinavano e io mi sono fatto prendere dall’ansia; più cercavo di fare in fretta e più quei maledetti cordini si annodavano…E i passi erano sempre più vicini…

(Nives inizia a preoccuparsi)

Stavo già per mettermi a gridare, quando finalmente sono riuscito a saltar fuori e allora ho visto…

Nives (con voce tremolante): “Cosa?”

Alberto: “Hai presente quelle foto degli alpinisti dei primi del novecento, quelle che si vedono sui libri di Kugy: era un uomo con addosso un mantello lungo fino ai piedi e con il cappuccio che gli copriva il volto.
Lentamente il vecchio alpinista si è avvicinato a noi e solo allora sono riuscito a vederlo in volto: ERA LA MORTE!”

(Nives tenta di accennare una risatina spavalda)

Romano, che evidentemente non dormiva: “Ma non potete parlare dei bagni che farete al mare qest’estate!”

Alberto (incurante dei brontolii di Romano): “Quando ho visto cosa c’era sotto il cappuccio sono rimasto impietrito dalla paura…ma poi probabilmente mi sono svegliato e così ho capito cos’era in realtà: erano solo le mie ciglia.”

Nives ormai non sa più cosa pensare: “Ma sei scemo?!”

Alberto: “Ma no! Ti spiego: tenendo la testa dentro il sacco a pelo, le mie ciglia, quando aprivo gli occhi, strofinavano contro il nylon e facevano un rumore che assomigliava a quello dei passi…e più mi agitavo, più sbattevo le palpebre, e passi si avvicinassero.

…E il vecchio alpinista…

…Mah! Sarà stata la mia immaginazione.”.



PREFAZIONE AL LIBRO “ABITO IN PARADISO” di Chantal Mauduit



ABITO IN PARADISO

PREFAZIONE AL LIBRO “ABITO IN PARADISO” di Chantal Mauduit

“Già torna a scuotermi Eros che
scioglie le membra,
dolceamara, indomabile, oscura

belva.”
(Saffo)

Una vita ricca, quella vissuta da Chantal Mauduit.
Una vita vissuta tanto intensamente da essere quasi difficile da “perdonare”.
“…vivi la vita fino in fondo, lascia che la passione abbia libero sfogo, la passione che non ha mai rimato con ragione e non comincerà certo a farlo con gli alpinisti!”. Questo ci confessa Chantal; Chantal che ha visto l’Himalaya, che ha vissuto con tutti i sensi il paesaggio, le scalate, il sole, la luna e gli incontri. Un viaggio reale e sognato, lungo un percorso che scivola all’indietro, per cogliere il momento cruciale, al cuore di una passione, quando l’alpinismo diventa semplicemente il calice che porta alla bocca l’acqua della vita. “Da queste spedizioni multicolori…ho imparato, ho capito qualcosa, forse molto, appassionatamente, alla follia!”.
Non ho conosciuto Chantal. Ci saremmo potute incontrare nel ‘98 al Nanga Parbat, la Montagna Nuda. Ma lei non c’era già più, se n’era andata poco tempo prima, durante la salita al Dhaulagiri.
L’ho fatto adesso, leggendo questo libro: all’inizio è stato un incontro difficile, quasi conflittuale, ma lentamente si è rasserenato; riga dopo riga mi sono avvicinata a lei e al suo cuore, così diverso, forse così simile al mio.
“ABITO IN PARADISO” è il complesso racconto del suo viaggio, una sinfonia in cui il suono di ogni strumento ha vita a sé e armonicamente da vita alla sinfonia stessa: qualsiasi sintesi non potrebbe che impoverirlo.
Nell’arco di un tramonto nel cielo himalayano Chantal fruga tra brandelli di ricordi, immagini, colori e odori e in un intreccio apparentemente casuale si affollano alla memoria le montagne, i viaggi e le spedizioni.
Questo libro è un crescendo fittissimo di sensazioni e suggestioni catturate con maestria, di letture coniugate con esperienze dirette, in cui il racconto scivola lungo le pagine mimando la molteplicità dell’esperienza che si affolla alla memoria, e rompendo la successione lineare del tempo fino a farci dimenticare persino la disposizione del discorso.
Ci tiene per mano Chantal, per condurci verso un modo diverso dell’essere e del corpo, un modo non gerarchico: prima frammentato e poi ricomposto nell’armonia della sua continua molteplicità e diversità.
Un viaggio ricco ed essenziale: a piedi.
Sono poche le persone che amano viaggiare a lungo; viaggiare così è una frattura continua di tutte le abitudini e soprattutto, una smentita incessante a tutti i pregiudizi.
A piedi le distanza non sono più calcolate in ore ma in giorni. La lentezza con cui ti sposti fa rinascere la curiosità per i particolari, fino a farti percepire quanto è vasto il mondo e soprattutto quanto è complessa la varietà di genti e culture che lo popolano: proprio quella varietà su cui si regge l’equilibrio del mondo e che la follia del nostro tempo tenta, giorno dopo giorno di annullare.
E’ un viaggio incalzante il suo, dentro e fuori dalla nostra società: una società caratterizzata dalla cecità indotta dal recingere, delimitare, censurare. Una società che contrappone muro a muro; una società forte di un sapere che si basa proprio sull’esclusione delle altre forme di conoscenza.
La “città” da sempre maschile, ha piegato il femminile alle sue modalità di comportamento e anche le donne che si ribellano, per poter dare forma al loro dissidio, devono introiettare i comportamenti maschili e una cultura che conosce solo l’aut-aut.
Chantal si scinde fra tendenza alla conformità e necessità di dissonanza.
Chantal scruta dentro e oltre il muro della nostra società, dentro e oltre i suoi cordoni di morale e regole sociali; ma il suo è uno sguardo rovesciato, rovesciato sull’ io femminile, sulle profondità più scure del corpo e di quel groviglio di pulsioni che chiamiamo anima. “Una maschera di fiamme, fuoco qui ed ora, fiamma libera, bocca libera, occhi liberi, la vita da guardare, parlare, da mangiare, da inghiottire, da infiammare!”
Questo viaggio è il percorso di una donna che impara a “vedere” a dispetto della volontà degli uomini e degli dei, e in un’ epoca in cui le donne hanno perso ogni autonomia in quest’arte, Chantal aspira ad uno sguardo e ad una voce autonomi. Perché la cultura dell’oppressione e della soppressione è ormai dentro di noi; è principio logico, abitudine percettiva, modalità del porsi domande e del rispondersi, è linguaggio. Si è installata nei fondamenti della conoscenza, è riconoscibile in ciò che le categorie del sapere hanno incluso e nell’Altro che hanno escluso.
Ma esiste una “Terza Via”, che può reintrodurre nel ciclo della vita ciò che il sapere vincente esclude: “ non è una porta, è orizzonte, orizzonte di luce, basta aprire gli occhi che l’infinito distende le ali: in alto, in basso, in bello. (…) bisognerà discostarsi ogni giorno al di là di ogni cliché, al di là della storia. Dotato di un occhio nuovo di bimbo, di acutezza estremizzata, l’uomo percepisce l’essenza di ogni gesto lontano dal suo schematismo razionale.”: sono le persone che coltivano la capacità di vedere ormai sommersa dal nuovo tempo. E’ un dono tutto umano questo, che la società corrompe e tacita, il dono di attivare l’intero nostro corpo, di vedere e dire il reale, di lasciar apparire sul verso di un’immagine il suo rovescio non visibile, non accontentandosi dei simulacri.
“Dalla tempesta bisogna estrarre il suo senso assoluto, la forza sprigionata dalle differenze di potenziale. Dalle differenze di cultura, di razza, di colore…come non riuscire a separare l’arco di luce umana, il lampo della disparità, il tuono della eco delle lingue delle musiche delle poesie?”.



STORIE DI MONTAGNE NASCOSTE


dalle Alpi Giulie all’inesplorato versante nord del Gasherbrum II

Pensiamo ad una montagna.
Nei nostri occhi la mente tratteggia i contorni della parete che abbiamo salito o anche soltanto visto.
Ma un giorno, inaspettata, nasce la voglia di scoprire cosa c’è dall’altra parte, di vedere l’altra faccia, quella nascosta e oscura dello specchio.
La scoperta è un piacere che abbiamo ormai perduto ma non lontano, appena smarrito, facile da ritrovare se sappiamo lungo quali sentieri cercarlo.
Sentieri che nascono dai tuoi passi, seguendo valli, attraversando fiumi e scavalcando selle fino a girare l’angolo, per affacciarsi su mondi inesplorati, vecchi di millenni, ma che solo ora prendono vita, al loro primo apparire all’occhio di un uomo.

Le Alpi Giulie
“ Per quanti monti io abbia visto, nessuno eguaglia le Giulie…”
Così scriveva alla fine dell’ottocento Julius Kugy, uno fra i primi esploratori di queste montagne insieme alle sue guide, audaci scalatori e bracconieri.
Le Alpi Giulie sfiorano appena i 2800 metri, ma la loro bellezza selvaggia incantò Kugy, e lo spinse a dedicare a questi monti la sua vita e la sua poesia.
Poi vennero le guerre e il mondo fu diviso in due: da una parte l’Occidente, di fronte il blocco Comunista che iniziava proprio con la Yugoslavia, e un tratto del confine fra i due mondi correva proprio sulle creste delle Alpi Giulie.
In queste terre i confini non erano mai stati ben definiti né avevano costituito una barriera netta, ma da quel momento l’invisibile riga di divisione diventò invalicabile. Tutta la linea iniziò ad essere rigidamente sorvegliata, pattugliata estate e inverno dai graniciari, la guardia confinaria iugoslava.
“Sbucavano oltre il ciglio con il mitra spianato, e meglio forniti di pallottole che di cibo, avevano anche il grilletto facile. “. Così racconta Ignazio Piussi, il nostro grande ladro di montagne, che molte volte, all’uscita di una via, o all’inseguimento di un camoscio, era dovuto scappare a gambe levate con le pallottole che fischiavano vicino.
Sembrano le scene di un film, ma sono storie reali di gente, a cui i confini e la storia aveva spaccato la terra in due. E neanche storie lontane, come quella di Romano che ancora bambino, venne fermato e portato a valle in caserma con le mani dietro la nuca come un vero delinquente, con addosso la paura per quello che gli stava succedendo e per quante poi ne avrebbe prese a casa. E questo solo perché era entrato di qualche decina di metri in territorio iugoslavo.
Negli anni la storia internazionale è cambiata e anche qui pian piano, le tensioni si sono allentate.
Ma le Alpi Giulie erano state ormai dimenticate, offuscate dal resto della più famosa catena alpina e abbandonate dal mondo alpinistico.
Chi continuava ad arrampicare qui, era lo stesso piccolo gruppo di alpinisti, ormai amanti di queste montagne che in cambio, donavano loro un alpinismo ancora esplorativo e pulito, e fuori dalle mode proprio perché nascosto e isolato.
Un isolamento che ha mantenuto l’integrità dei paesaggi e che ancora oggi fa sì che ci si possa aprire a esperienze e sensazioni forse altrove dimenticate. Lo stupore per la magia dei luoghi, il muoversi nella solitudine di panorami severi e selvaggi, ti da’ la sensazione di far parte dell’ambiente e insegna un alpinismo quasi istintivo, fluido nella salita e logico nell’orientamento.
Un alpinismo non da consumare, ma espressione libera e aperta alla fantasia. Una creazione armonica ed equilibrata in cui mettere alla prova la nostra capacità di vedere la via e di sentire le linee naturali, delineare le nostre capacità e i limiti, e confermare noi stessi.
Immersi in quella solitudine che insegna l’autosufficienza, una consapevole autonomia fisica e psicologica.
E da qui, all’esplorazione sugli ottomila, è stato per noi un passo naturale.

20 giugno 2000. oasi di Ylika – Sinchiang cinese.
Siamo arrivati a Ylika, ultimo villaggio prima di raggiungere il versante nord della catena del Karakorum.
L’oasi ti appare come un miraggio, in mezzo al grande altopiano desertico. Una piccola perla di verde, protetta tutt’intorno dal villaggio. L’attraversiamo piano e sembra di muoverci non solo nello spazio, ma anche nel tempo per ritornare ad un medioevo di colori, suoni e sensazioni. Il villaggio è abitato da kirgisi, una delle etnie che popolano questa zona. Anticamente erano nomadi; si spostavano con le loro greggi, accudite dalle donne, mentre gli uomini cacciavano, facevano trasporti con i cammelli e ogni tanto depredavano le carovane in transito. Ora sono quasi stanziali, e solo in estate le donne e i bambini salgono agli alpeggi con i loro animali.
Sono già passati sei anni da quando camminavamo su questi sentieri: era il 94 ed eravamo diretti al K2, che volevamo conoscere dal lato meno celebrato e affollato: il versante nord. E dopo sei anni siamo di nuovo qui, per incamminarci questa volta, verso l’inviolato versante nord del Gasherbrum II.
Il Gasherbrum II è uno dei quattro ottomila della catena del Karakorum, scelta dalla storia come segmento della riga di divisione fra Pakistan e Cina. E’ dal versante pakistano che anche il GII fu salito per la prima volta; era il 1956 e da allora tutte le spedizioni che sono seguite lo hanno salito sempre dallo stesso versante: quello sud. Solo lo scorso anno, una spedizione giapponese si è avventurata qui e seguendo la cresta nord est ha raggiunto all’incirca quota 6700 metri.
Siamo partiti da casa il 6 giugno; un lungo viaggio iniziato in aereo e continuato in autobus e camion attraverso Pakistan e Cina. Passo dopo passo i nostri mezzi di trasporto si sono ridotti fino al pick-up che ci ha scaricato qui, insieme ai nostri bidoni. Adesso ci restano soltanto i piedi, che per i prossimi due mesi saranno i nostri unici mezzi di locomozione.
In spedizione la vita è piuttosto spartana, tutto è all’osso e non ci sono sprechi; ma può far bene un po’ di vita essenziale: la semplicità è un enorme aiuto nel fare ordine.
Da domani partiremo a fianco della nostra carovana di cammelli, e sotto la guida dei cammellieri verremo accompagnati lungo la valle Shaksgam, fino alla confluenza con il ghiacciaio dei Gasherbrum.

La partenza della prima tappa è sempre una fiera.
Folla, bagagli, urla. Ogni carico viene pesato e ripesato più volte. Tutti gridano e si strattonano. L’atmosfera si scalda sempre più, finché tutti gli accordi saltano e bisogna ripartire da zero. Ci vuole un’intera mattinata per risolvere la vertenza sindacale, che puntualmente verrà ripresentata ogni sera, alla conclusione della tappa.
Appena incominci a camminare, la spedizione esce da quella specie di limbo che è stato il viaggio, i preparativi, l’autobus e diventa una cosa viva: una carovana, il cielo, le montagne. Una lenta e faticosa acquisizione degli umori della terra. Un passo dopo l’altro, con paziente curiosità ti avvicini alla meta; è bello avere tempo per prepararsi all’incontro, perché ogni montagna ha tutta una sua diversità, una sua bellezza e una sua personalità.
Per due giorni seguiamo il canyon scavato nei millenni dal fiume Yarchand. Camminiamo sull’immenso letto di ciottoli attraversato da una ragnatela di fiumiciattoli; poi il sentiero sale, scolpito nei fianchi delle montagne per inerpicarsi fino al passo Aghil, a quasi 5000 metri, dove ci fermeremo a dormire a fianco di un minuscolo villaggio kirghiso.
Anticamente queste valli impervie erano dei corridoi di transito per gli scambi commerciali fra l’Asia centrale e l’ India. Verso la fine dell’800 i continui attacchi alle carovane da parte di predoni, spinse gli inglesi, interessati al controllo, a cercare di scoprire da che parte entravano i briganti, e fu così che nel 1889 venne esplorato per la prima volta il braccio meridionale di questa valle.

22 giugno - passo Aghil
Quando arrivi all’Aghil, il villaggio è talmente uguale a tutto quello che lo circonda, che non lo vedi subito. Poche casupole di sassi col tetto di frasche, grigie come le montagne che le circondano.
Il villaggio è già abitato, ci sono le donne che insieme ai bambini staranno quassù tutta l’estate a pascolare le greggi.
I primi a venirci incontro sono i bambini, ai quali Fabio, come un babbo natale, distribuisce giocattoli e penne. Per le donne invece, ha portato le foto che proprio a loro aveva fatto nel 94.
Sono gentili e ospitali e ci offrono una casa per dormire.
A differenza di tanti posti come questo, qui nessuno mendica. Nei secoli, le comunità così isolate avevano sviluppato un loro sistema di sopravvivenza e utilizzando quel che li circonda, erano arrivate a produrre tutto ciò di cui avevano bisogno. L’arrivo dello straniero ha rotto questo equilibrio antico, e ha introdotto una cultura da mendicanti che ha fatto perdere a queste genti il senso della propria identità. E’ questo uno degli aspetti devastanti del turismo, anche se qui, prima che dai turisti, l’equilibrio è stato rotto proprio dai cinesi.
Anche qui dunque, la storia di una civiltà marginalizzata; marginalizzata e offesa dallo strapotere di un'altra. La storia di una civiltà che cerca di sopravvivere al confronto con l’Altro e mantenere la propria identità, oscillando, nella ricerca di un equilibrio ideale, fra il rifugio offerto dalla tradizione e tentativi, quasi esasperati, di adeguamento.
Le spedizioni hanno una virtù, possono aprirti un occhio nuovo e farti vedere cose, gente e posti che forse non avresti mai visto, ma ne hanno anche un’altra, paradossale, possono astrarti dal tuo mondo per trovargli un senso.

La valle Shaksgam
Scavalcato il passo, iniziamo a scendere verso la valle del fiume Shaksgam. Da qui nel 94, avevamo girato a destra e seguito il braccio settentrionale del fiume; questa volta andremo a sinistra e ne risaliremo per due giorni il lato a meridione fino a raggiungere la confluenza con il ghiacciaio dei Gasherbrum. Lì i cammelli si fermeranno, e scaricato il materiale se ne torneranno ai loro villaggi.
Lungo la strada attraversiamo l’oasi di Durbin, ricca di fiori e animali e conosciuta per le sue sorgenti di acqua calda. Ci lasciamo alle spalle il verde dell’erba, il viola ed il giallo rotondo e morbido di questi piccoli fiori, mentre appare davanti a noi il bagliore della neve ed il blu del freddo. Quando ritorneremo sui nostri passi, alla fine della spedizione, l’odore della terra tornerà a colpirci come un’onda travolgente. Solo allora il paesaggio, gli odori, l’andatura di nuovo leggera ritorneranno ad essere un insieme di sensazioni equilibrate. Il respiro caldo della terra si sprigionerà d’improvviso, e rappresenterà il rito di un piacere da tanto atteso, quello di rientrare nella nostra vita.
Lungo la strada incontriamo i primi guadi, uno dei maggiori problemi delle spedizioni in queste valli. Il fiume è ora abbastanza tranquillo, ma durante l’estate, il disgelo fa aumentare il livello dell’acqua tanto da riempire questo immenso letto. Solo verso la metà di agosto, quando la temperatura in quota si abbassa nuovamente, il livello cala consentendo seppur con qualche rischio, di uscire dalla valle. Fino ad allora e cioè per quasi due mesi, non c’è niente da fare: bisogna stare di là.
Questa terra ha una bellezza primordiale. Cammini per giorni e ti senti così piccolo e irrilevante che diventa facile capire come per gli uomini, vissuti in questi scenari, il vento non sia che il respiro delle montagne e ogni cima, la dimora di un dio.

25 giugno, fronte del ghiacciaio dei Gasherbrum.
Siamo arrivati al ghiacciaio. I cammellieri con i loro animali se ne sono andati, torneranno a riprenderci fra 45 giorni e fino ad allora saremo completamente soli.
Per terra ci sono le impronte dei nostri animali e vicine ne scorgiamo altre, lasciate dalla carovana transitata di qui un anno fa e ancora visibili. In questa valle tutto è rimasto fermo nell’immobilità del tempo e immersi in un silenzio assoluto, sembra quasi di essere i primi uomini apparsi sulla terra. Solo la vista delle capre selvatiche che scappano spaventate, ci ricorda che siamo ancora in questo mondo. Può far paura questo viaggio che ti inghiotte e mette in disordine la tua vita, il tempo che restituisce valore allo spazio e questa solitudine, affollata solo dai tuoi pensieri.
Davanti a noi, a fare da ponte fra cielo e terra, le montagne. E fra loro il Gasherbrum II, dal suo lato oscuro e sconosciuto: il versante nord.
E’ questo che ha stuzzicato la nostra curiosità: l’idea che in un tempo come il nostro, in cui ogni mistero sembra svelato, un angolo della terra sia riuscito a rimanere inaccessibile e intatto.
La spedizione è un viaggio rigorosamente a piedi, ma anche un viaggio con i piedi meno per terra che mai, perché da nessuna parte come qui, si può volare senz’ali.
E’ il 25 giugno, stiamo camminando da cinque giorni e solo ora ha inizio la seconda fase dell’avvicinamento alla nostra montagna, quella che dal fronte del ghiacciaio ci porterà alla base della nostra montagna.
Siamo soli, a mille miglia dal mondo; con noi abbiamo soltanto una cartina cinese ed una vecchia foto del Duca di Spoleto, che nel 1929 esplorò la valle Shaksgam.
Da qui in poi la strada, ce la dovremo inventare da soli.

LA CRONACA
La nostra spedizione aveva un duplice obiettivo: tentare la salita del Gasherbrum II (metri 8035) lungo il suo versante inviolato e fare esplorazioni in questa zona, che per la sua asprezza e difficoltà di accesso è ancora in parte sconosciuta.
Bloccati da condizioni atmosferiche particolarmente avverse, non abbiamo raggiunto la cima del Gasherbrum, ma siamo comunque riusciti ad effettuare un’ importante attività esplorativa e a salire alcune cime limitrofe inviolate.
Dal 20 giugno al 14 agosto, la nostra carovana ha polverizzato più di trecento chilometri sotto i piedi, esplorato angoli sconosciuti e salito cime senza nome né storia. Il tempo e la neve ci hanno fermato ed il Gasherbrum II è rimasto inaccessibile e intatto. Ma intatte sono rimaste anche le cime salite e le valli esplorate perché nessuna traccia è rimasta del nostro passaggio, e quelli che seguiranno potranno assaporare il piacere dell’esplorazione così come noi l’abbiamo vissuto.
Come per tutte le nostre spedizioni, anche qui, in questa zona aspra e per molti aspetti sconosciuta, abbiamo portato con noi solo i mezzi e le attrezzature indispensabili, non abbiamo usato ossigeno e siamo stati aiutati solo fino al campo base dai nostri due portatori.
Una spedizione leggera e pulita, inadeguata in un’epoca ossessionata dagli exploit. Ma da quest’avventura un po’ fuori moda, traspare lieve la traccia del nostro passato e il cerchio si chiude. E’ questo il segreto delle Alpi Giulie.







MANASLU, La Montagna dello Spirito


La parola "Manasa" in sanscrito indica l'anima nella sua manifestazione intellettiva e quindi il significato di Manaslu puo' essere Monte dello Spirito. Venne fotografato da H.W. Tilman nel 1950 e salito per la prima volta da una spedizione giapponese guidata da Yuko Maki, con due gruppi di alpinisti, rispettivamente il 9 e l'11 maggio del 1956.

Si tratta di una montagna non particolarmente difficile, se salita lungo la via normale giapponese, sebbene l'itinerario sia lungo e faticoso nella prima parte, che si sviluppa sull'infinito e tormentato ghiacciaio Manaslu; la parte superiore presenta qualche pericolo di valanghe nell'attraversamento del vasto pianoro e nella risalita che conduce sulla cresta nordovest.

L'avvicinamento, lungo e molto vario costituisce una parte di enorme fascino, attraversando moltissime fascie vegetazionali, dalla foresta alluvionale ai rododendri ed alle orchidee d'alta quota, e mettendo gli alpinisti in contatto con villaggi di varie etnie nepalesi, tra le quali prevale la Gurung.


ooooooooooooo


15-febbraio-2008: risposta di Nives e Romano a 'Lo Scarpone'

La risposta di Nives e Romano mi è arrivata poco prima che il vento del Makalu distruggesse il CB e determinasse la difficile emergenza che voi tutti conoscete. Per rispetto nei confronti degli alpinisti, di chi ci segue con affetto e di coloro che in questi giorni stava operando per trarli in salvo garantendone l'incolumità, ho ritenuto dunque opportuno pubblicarla solo ora, su esplicita richiesta di Romano.
Leila Meroi


Salve a tutti,

certamente molti di voi avranno avuto modo di leggere l’articolo a pagina 9 de Lo Scarpone del mese di gennaio, articolo nel quale, sulla base dei racconti del Signor Fabrizio Manoni, l’autore (che ha ritenuto opportuno non firmarsi, lasciandoci così presumere l’implicita adesione da parte della rivista stessa) ci propone le sue ‘considerazioni’ in merito alla condotta e, nello specifico, all’intima natura di Nives Meroi e Romano Benet – che oltretutto ricordo essere membri del CAAI.

Attualmente i due alpinisti si trovano impegnati nella difficile salita in invernale al Mt Makalu, impossibilitati pertanto a rispondere direttamente. Ho comunque inviato loro l’articolo in questione, così che potessero prenderne visione e farci pervenire quanto prima la loro versione dei fatti. Purtroppo le comunicazioni con ambienti così remoti sono sempre piuttosto ardue, ma ieri finalmente è arrivata la risposta. Risposta prontamente inoltrata alle Redazione de ‘Lo Scarpone’ e qui di seguito riportata integralmente.

Mi resta il dovere di una precisazione: le cronache redatte nel corso delle varie spedizioni sono frutto delle rare e difficili comunicazioni da-e-per i campi in cui gli alpinisti si trovano. Cronache realizzate per mezzo di quanto mi viene brevemente riportato via sms, telefono (se e quando possibile, visti i costi elevati e la notevole difficoltà di ricezione) o e-mail. I report prevedono sintesi e rigore circa i ‘fatti’ da raccontare e, nel contempo, il massimo rispetto per la vita e la privacy dei componenti del gruppo, soprattutto se in stato di difficoltà e/o in fase di soccorso.

Inoltre, anche se solitamente chi va in Himalaya lo fa per sua scelta, è chi sta a casa che il più delle volte va salvaguardato. Dico questo per esperienza vissuta, avendo io stessa partecipato alle spedizioni di Nives (ed avendo quindi toccato con mano le tensioni e il senso d’impotenza che si vivono lassù), ma nel contempo essendo sorella, amica, compagna, che dall’Italia attende con ansia un sms, una notizia, ‘qualcosa’ pur di sapere che i miei cari stanno bene. Talvolta però l’unica cosa che arriva sono le pressioni esercitate da un certo tipo di stampa, qualora ci sia anche solo il vago sentore di ‘tragedie’ all’orizzonte. Ecco perché il dovere di sintesi: dovesse accadere qualcosa di grave i primi ad essere informati sono i familiari e non la stampa (soprattutto se i soccorsi non sono ancora stati ultimati e non si hanno notizie certe). Io stessa in talune circostanze non vengo informata di tutte le fasi della spedizione, come è accaduto, ad esempio, all’Everest 2007. Non è nostra volontà speculare sul dolore o la paura, né tantomeno sostenere successi o fallimenti con racconti epici.

Ma d’altro canto l’Himalaya è un ambiente estremo, con situazioni estreme e scelte estreme. E come tale va affrontato, con prudenza e umiltà.

Ecco perché, prima di fare allusioni e trarre giudizi, è sempre bene interpellare tutte le parti in causa.

Ed è proprio per rispetto nei confronti di coloro che sulle pareti dell’Everest quell’anno hanno realmente perso la vita che ritengo questa polemica estremamente ‘infelice’.

E’ facile strappare l’applauso quando si parla ‘per luoghi comuni’, così com’è altrettanto vero che a seminare il dubbio qualcosa rimane sempre…Concluderei tuttavia con una considerazione, ricalcando per l’appunto le parole de Lo Scarpone. Resta forte un sospetto: che ancora una volta, nella corsa alla vetta, costi quel che costi, alla correttezza e all’umiltà, siano anteposte le ragioni di un gelido arrivismo o peggio, quella follia degli ottomila metri di cui fortunatamente solo ‘alcuni’ sono intrisi.

Ma soprattutto è significativo che, anche di fronte all’evidenza di una lunga carriera, portata avanti all’insegna dell’etica, del sacrificio, dell’onestà, del rigore, c’è ancora chi cerca di giustificare la propria condotta senza tener conto dell’intelligenza e della buona fede di chi legge.


Leila Meroi



Makalu BC - febbraio 2008

A questo punto ai falsi, alle accuse immotivate e alle allusioni simo ormai abituati.

Dai presunti dubbi sulla nostra salita alla cima del Dhaulagiri, falsamente attribuite a Miss Hawley (vedi Alp Wall, a firma del Sig. Nicolò Berzi) e da lei direttamente smentite; alle accuse di esserci falsamente attribuiti la cima principale dello Shisha Pangma, cima ampiamente dimostrata e ufficialmente confermata anche dal Sig. Eberhard Jurgalski, statistico di questa montagna; adesso siamo arrivati all'accusa, per ‘bramosia della cima’, di aver omesso soccorso all’alpinista che aveva freddo alle mani.

Questi i fatti.

Ore 22 circa del 16 maggio 2007. Everest - versante nord, quota 8100 m circa.

Siamo in tenda, nostro ultimo campo nella salita e ci stiamo preparando per tentare di raggiungere la cima della montagna: Fabrizio Manoni, Romano ed io.

Partiti dal campo base avanzato il giorno 14 maggio siamo saliti direttamente al campo 2, a quota 7600 m circa; il giorno successivo abbiamo smontato il campo e abbiamo proseguito sin qui, a quota 8100 m circa, su un piccolo scalino ghiaioso a "metà strada" fra le ultime propagini del campo 2 a 7900 m circa e gli inizi del campo 3, a quota 8300 m circa.

Abbiamo scelto questo punto di bivacco perchè, essendo 200 m circa più basso della quota dell'ultimo campo, ci avrebbe permesso di sopportarne un pò meglio la permanenza, dato che - come sempre per quel che riguarda me e Romano - stiamo salendo senza l'ausilio delle bombole di ossigeno e senza il supporto dei portatori d'alta quota.

Eravamo arrivati qui dunque nel primo pomeriggio del 15 maggio, con il programma di riposare qualche ora, rifocillarci e poi, intorno a mezzanotte, lasciare la tenda per tentare la salita alla cima. Purtroppo il nostro programma era saltato già nel tardo pomeriggio, quando aveva iniziato a nevicare e si era alzato il vento. In quelle condizioni raggiungere la cima sarebbe stato possibile solamente con le bombole di ossigeno (come poi è avvenuto ad opera della spedizione guidata da Kari Kobler).

Avevamo quindi dovuto affrontare un giorno di attesa, fermi a quota 8100 m. Per chi non se ne intende, suggeriamo di chiedere spiegazioni ad un medico fisiologo su quali siano le condizioni di sopravvivenza per un organismo oltre gli 8000 m e quale sia la differenza con una persona che, nelle medesime condizioni, fa uso delle bombole di ossigeno.

Avevamo dunque aspettato un giorno intero a 8000 m e la sera avevamo nuovamente iniziato i preparativi per il nostro tentativo. Preparativi che nei due metri quadri scarsi della tenda sono estenuanti ed interminabili, visto il numero di cose da fare e l'ingombro dell'attrezzatura d'alta quota. Per questo, negli anni, io e Romano abbiamo elaborato una strategia semplice ma funzionale: ci si prepara uno per volta, si esce dalla tenda e si inizia subito a salire per non disperdere immediatamente il "calore" del sacco a pelo.

Il primo ad uscire è stato Fabrizio Manoni, poi toccava a me ed infine a Romano. Da fuori Manoni ci informa che c'è una donna che lamenta di aver freddo alle mani. La donna sta salendo con le bombole di ossigeno, insieme a due uomini, anche loro con l'ossigeno e hanno da poco lasciato le loro tende a 7900 m.

Manoni ci riferisce tutto questo e ci dice che lei gli sta chiedendo di scaldarle le mani. Noi, dentro la tenda, continuiamo con i preparativi e facciamo presente a Manoni tutti i punti della questione: - che la donna ha l'ossigeno mentre lui no, - che loro hanno da poco lasciato le proprie tende, - che tutti e tre hanno l'ossigeno, - che scaldandole le mani lui avrebbe perso calore, - che l’alpinista non è evidentemente in pericolo di vita, - che sarebbe stato sufficiente per la donna aprire l'erogatore della bombola a 4 lt al min. per avere un immediato calore in tutto il corpo, e infine - che a due metri dalla nostra tenda c'era la tenda, in quel momento vuota, della spedizione dei bergamaschi.

Niente: nonostante tutto questo Manoni dice di volerle scaldare le mani; non sappiamo se i suoi due compagni fossero con lei perché quando esco dalla tenda dei tre alpinisti non c’è traccia. Preciso che  non abbiamo mai saputo, né in quel frangente, né a spedizione terminata, chi fossero queste persone.

Manoni dice solo che si è raffreddato le mani, che intende fermarsi un attimo per scaldarsi e poi venire in su.

Visto che sta bene e deve solo scaldarsi un pò noi partiamo.

Il freddo è uguale per tutti; io stessa rientrerò al campo base con principi di congelamento sia ai piedi che alle mani. E se io, come riferisce l’articolo, ‘mi sono limitata a dire’ che lui non ha potuto tentare la cima a causa del freddo è perché ciò corrisponde a quanto da lui stesso ripetutamente dichiarato.

Saliti in cima, Romano ed io abbiamo iniziato la discesa e, visto che io non riprendevo la sensibilità ai piedi e alle mani, abbiamo deciso di scendere direttamente fino al campo base.

A quota 8500 m circa abbiamo incrociato Manoni insieme a Pierangelo Maurizio. Insieme avevano deciso di salire in vetta. In quel momento il tempo era peggiorato, nevischiava.  Romano ha chiesto per ben due volte a Manoni se era sicuro di voler continuare visto il tempo atmosferico e l'ora tarda (Pierangelo Maurizio aveva l'ossigeno). Manoni risponde che sta bene e che vuole tentare. Noi proseguiamo la discesa e arrivati alla nostra tenda recuperiamo il nostro materiale e lasciamo  la tenda con gas e viveri per Manoni (ci dirà lui stesso al campo base di averne fatto uso offrendo anche da bere ad alcuni sherpa di passaggio). Noi continuiamo la discesa fino al campo base, che raggiungiamo intorno alle ore 22. Il giorno successivo intorno alle ore 18, al campo base riceviamo la telefonata da Nadia Tiraboschi, che dal campo 3 ci comunica che un componente della sua spedizione sta male, che Pierangelo Maurizio non è rientrato al campo e che non ha notizie nemmeno di Manoni. Ci chiede di contattare Kari Kobler e Russel Brice perchè attivino i loro sherpa già in quota, per il soccorso del malato e la ricerca dei dispersi.

Immediatamente ci rechiamo al campo di Kari Kobler per chiedere il loro aiuto.  Noi, non potendo prestare soccorso direttamente a causa del deperimento fisico conseguente alla recente salita, ci eravamo già attivati in modo da mobilitare rapidamente i necessari soccorsi.

In conclusione Manoni, una guida alpina con notevole esperienza himalayana, non credevamo avesse bisogno di suggerimenti e consigli di salita da parte nostra e in ogni caso, visto che stava bene, non avremmo potuto imporglieli.

Romano alle volte mi precede in salita anche di un'ora, sul Lhotse ad esempio è arrivato in cima due ore prima di me, ma non per questo lo accuso di abbandono. Romano non è nè la mia guida nè il mio sherpa; siamo due alpinisti che - premesso l'obbligo morale di soccorso l'uno nei confronti dell'altro e nei confronti di terzi, ovviamente in reali condizioni di pericolo - devono essere in grado di affrontare la salita in piena e consapevole autonomia fisica e psicologica.

Lascia perplessi il fatto che Lo Scarpone alla cui redazione va riferito l’articolo senza firma, abbia pubblicato su questa vicenda un articolo dai contenuti – a nostro giudizio – gravemente allusivi, senza prima aver doverosamente interpellato tutti i protagonisti ed aver confrontato tra loro le varie versioni,  così suscita amarezza e rammarico in noi essere stati messi immeritatamente in così cattiva luce da un organo di stampa del settore, che dovrebbe trattare argomenti di simile delicatezza con maggiore attenzione e professionalità.

Nonostante gli anni di frequentazione dell’ambiente alpinistico, tutto sommato e benché in esordio di questa mia abbia affermato di essere ormai abituati a tutto ciò, la vicenda non ci lascia indifferenti e ne siamo frastornati, in particolar modo in questo momento in cui siamo lontani da casa, con il pensiero ovviamente rivolto alla difficile salita che stiamo affrontando, quindi non in grado di esprimere con la dovuta completezza, viste le difficoltà di comunicazione, il nostro pensiero.

Ci è però di grande conforto e consolazione, la stima e l’affetto dei tanti, noti e non, che credono in noi e nella nostra lealtà e che ci hanno scritto indignati per quanto hanno letto.
 

Nives Meroi e Romano Benet




Risposta da parte di miss.Hawley in merito alle false dichiarazioni da parte della rivista "ALP Wall" sulla nostra salita del DHAULAGIRI nell'estate 2006

Dear Mrs. Meroi and Mr. Benet,

Congratulations on your successful ascent of formidable K-2 !

Billi Bierling has passed along to me your e-mail about the article in "Alp Wall."

I have no idea where the magazine got its information from about your Dhaulagiri ascent. Certainly not from me -- I do not send any reports to "Alp Wall." I had no doubts about your having reached the highest summit. My records -- my notes of our interview and the CD version of them, "The Himalayan Database; The Expedition Archives of Elizabeth Hawley," which can be bought from the Internet's amazon.com-- clearly state that both of you were on the top on 17 May, and they give no hint of controversy or dispute about this.

I understand your concern about this report, and if anyone asks me about it, I will tell what my records show.

Best regards,

Elizabeth Hawley

Nicolò BERZI autore dell'articolo su ALP

ciao nives e romano, sono nicolò berzi (ci siamo sentiti diverso tempo fa quando mi occupavo delle prime edizioni del grignetta d'oro), e mi sono occupato per alp wall della rubrica delle news alpinistiche. ora l'esperienza di alp wall è finita, la rivista scompare, e di quella che sostituirà alp wall e alp grandi montagne il direttore è linda che conoscete bene.

mi ha quindi girato la vostra mail di protesta inerente quello che ho scritto citando la vostra salita al dhaulagiri. innanzi tutto vi chiedo scusa se vi ho fatto arrabbiare, non era mia intenzione, tanto meno mettere in dubbio la vostra salita. credo che dal testo telegrafico della news si capisca che la salita è certa, le "voci" di cui riportavo erano relative alla certificazione della howley.

nello specifico mi era stato riportato da testimoni che alcuni alpinisti presenti al base del dhaulagiri mentre voi andavate in cima, mostravano qualche perplessità sulla linea (sperone in salita, poi cresta di misto e discesa per la normale facendo il taglio pericoloso) legate al fatto che eravate soli sulla montagna, che c'era nebbia, che la cresta è lunga e pianeggiante, e non ricordo più cos'altro. qualcuno poi faceva riferimento anche alla vostra esperienza dell'anno precedente, lasciando intendere che forse anche questa volta potevate esservi fermati prima. so bene che spesso queste genere di insinuazioni sono frutto di gelosie e invidie.

inoltre la ragazza americana che sostituiva la howley, che se non ricordo male era in thailandia a farsi operare, durante l'intervista ad alpinisti di un'altra spedizione ha fatto domande su di voi che hanno fatto pensare nutrisse dei dubbi, forse alimentati da quegli alpinisti che erano al base con voi e non sono riusciti ad arrivare in cima.

ora per me queste sono voci che come sempre succede girano nel mondo alpinistico dove non esiste mai la possibilità di verificare nulla, ma si crede sempre, secondo me giustamente, a quello che gli alpinisti dichiarano. vorrei però che questi rumors, queste doppiezze, forse falsità, come lo sparlare dietro le spalle, il tirare il sasso e poi ritirare la mano, mentre apparentemente tutti fanno gli amici, venisse fuori come manifesta ipocrisia del mondo della montagna, che guarda caso è, purtroppo, per molti versi uguale a tutti gli altri.

l'intento della mia frase era questo, ripeto non mettere in discussione la vostra salita. concordo che lanciare queste frecciatine al mondo alpinistico in una news di poche righe invece che in un pezzo ben articolato, crea fraintendimenti e probabilmente serve a ben poco, per cui riconosco di aver sbagliato e vi chiedo nuovamente di scusarmi.

ho detto a linda che posso scrivere qualcosa per correggere l'errore, vediamo cosa suggerisce lei.

ciao e scusate ancora,

nicolò

In tutta questa faccenda il "Sig. Berzi" non si è minimamente preoccupato di chiedere spiegazioni sulle voci o chiedere di visionare le foto o il video della salita alla cima, peraltro pubblicate su questo sito.














Se avete feedback su come possiamo rendere il nostro sito più consono per favore contattaci e ci piacerebbe sentire da voi.
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