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25 settembre 2012

Questa mattina ho letto il testo di una intervista che avevo rilasciato domenica sera, in merito all'incidente accaduto sul Manaslu.

Di fronte a così grandi tragedie le polemiche sono inutili e proprio per questo voglio fare alcune precisazioni.

Sicuramente io non sono stata capace di esprimere in maniera chiara il mio pensiero di fronte ad una notizia tanto inattesa e drammatica ma nemmeno in un momento così tragico mi è venuto in mente di voler cercare un colpevole, negli “sherpa improvvisati” o nella presenza delle spedizioni commerciali.

Il mio commento, a caldo, era stato: la montagna, così come nel 2008 quando ci ero andata io, era estremamente affollata – anche a causa dell'impossibilità di accedere alle montagne in Tibet – e visto che valanghe e seracchi costituiscono alcuni dei rischi della salita, si è trattato purtroppo di una fatalità e di una tragica questione di numeri, perchè se sulla montagna ci fossero state poche spedizioni non sarebbero morte tante persone, forse nessuna.

La possibile “responsabilità” umana di cui io avevo parlato – e a cui nessuno sfugge – è la falsa sicurezza che ti può dare, l'avere intorno tante gente.

Non ho assolutamente definito gli sherpa degli “improvvisati”. I climbing sherpa sono forti e fidati lavoratori: alcuni di più altri di meno, come tutti; capaci nella valutazione ambientale, meno dal punto di vista tecnico della salita. E in ogni caso, con minore potere decisionale.

E non ho nemmeno puntato il dito sulle spedizioni commerciali come responsabili dell'incidente. Le commerciali esistono, è un dato di fatto, e danno la possibilità a moltissime persone di affrontare delle salite che altrimenti avrebbero difficoltà a fare. E questo porta ovviamente a un notevole aumento di presenze sulle montagne.

Tutto il resto - le mie opinioni su come gli organizzatori delle commerciali propongono la salita o su come molti clienti le affrontano – non erano che discorsi marginali fatti forse per arginare lo sgomento per la notizia, ma che evidentemente sono sembrate il centro del discorso.




giovedì 30 agosto


IMS – Il Festival della Montagna

Il Festival della Montagna, l’International.Mountain.Summit., riunisce amanti della montagna da tutto il mondo. A Bressanone, porta sulle Dolomiti altoatesine, grandi alpinisti, scalatori, professionisti, l’industria dell’outdoor e tutti gli amanti della montagna riportano in vita l’antica tradizione dell’“Abklettern”. L’incontro a fine stagione per raccontare le proprie esperienze, confrontare successi e insuccessi, scoprire le nuove tecniche e tendenze, discutere sul futuro o semplicemente festeggiare con gente che condivide la stessa passione.

Un festival caratterizzato da incontri speciali, scambi d’idee, discussioni e congressi su temi controversi. Film e presentazioni catapultano gli spettatori in avventure mozzafiato fra le più alte cime del mondo; mentre escursionisti e scalatori hanno l’opportunità di vivere un’avventura assieme ai grandi nomi, intraprendendo un’escursione in montagna o misurandosi con loro sulla parete di roccia.

L’IMS è un festival per tutti, giovani e adulti, amanti dell’arte, della fotografia, dei film di montagna, per amanti degli sport estremi e delle serate in bella compagnia, e per molti altri ancora. Un festival da vivere e farvi emozionare!

La quarta edizione dell’IMS avrà luogo dal 20 – 27 ottobre 2012 a Bressanone (Alto Adige).



martedì 14 agosto
Sono passati un paio di mesi da quando siamo tornati dal KANCHENJUNGA, nella fretta di salire la montagna durante la notte abbiamo preso il canale sbagliato e all'alba ci siamo trovati in prossimità della cima centrale, molto lontana da quella principale, siamo rimasti talmente male che abbiamo fatto ritorno al campo base e siamo tornati a casa. Nel complesso la spedizione è andata benissimo, eravamo in forma e veloci, purtroppo un pò distratti, era tale l'entusiasmo di salire dopo quasi tre anni di inattività che ci siamo dimenticati di guardarci attorno.
Comunque non ce la siamo presa troppo e ci stiamo sfogando sulle montagne di casa.
Roman

giovedì 5 aprile 2012

Il ritorno: Romano e Nives su un 8000 dopo la malattia

Lui ha vinto l'aplasia midollare, lei ha combattuto al suo fianco.

Dopo tre anni, la più straordinaria coppia dell'aria "sottile"mondiale ricomincia dove si era fermata: sul Kangchenjunga.

Ci sono giorni che è un privilegio poter raccontare. Sono i giorni nei quali le montagne svelano nel modo più limpido la loro natura profonda, il loro essere meravigliose sì, ma anche incomplete, dunque non bastanti a se stesse, bisognose degli occhi e del cuore degli uomini, delle loro vite da riempire di sogni e di bellezza, di gioia e di coraggio, di lacrime e di sorrisi acquattati persinodentro le smorfie della fatica, insomma di storie e di emozioni in cammino.

Oggi è uno di quei giorni, ed è così bello, così speciale, che pare uscito da una favola antica, e da quel luogo d'incanto e lontano ci viene incontro a passo leggero e senza ombra di fiatone. E' un mercoledì da leoni e leonesse, è la vigilia di una partenza che sembrava impossibile, è il c'era una volta che si declina in un provvidenziale c'è ancora.

A stringere i cinghietti degli zaini sono Romano Benet e Nives Meroi, due alpinisti che sono anche una coppia nella vita, che hanno riempito le cronache dell’aria "sottile" con le loro scalate e che d'un tratto, tre anni fa, hanno smesso di farlo.

Stavano sul Kangchenjunga, quando tutto è improvvisamente cambiato. Lei era lanciata verso il dodicesimo ottomila, era stata trascinata mani e piedi dai media dentro una corsa che aveva sempre rifiutato e che continuava a rifiutare: quella per il titolo della prima donna riuscita a calcare la vetta di tutti i colossi himalayani. Lui era al suo fianco, al solito, e pensava che come tante altre volte gli sarebbe accaduto di andare anche avanti quel po', perché è normale che un uomo al meglio della condizione abbia prestazioni fisiche migliori di una donna.

Ma proprio questo era cambiato all'improvviso, nel 2009: a 7500 metri Romano si era fermato, non era quello di sempre, stava male, e allora si era fermata anche Nives che di proseguire da sola non ne aveva voluto sapere. Non era la sua vetta, il Kang: era la loro montagna, perchè anche tutte le altre le avevano raggiunte insieme, in modo leggero, senza ossigeno né portatori, zaino in spalla e via come sulle Alpi, uno stile essenziale e durissimo, entusiasmante e perfetto. E dunque, dunque se uno non poteva salire sarebbero tornati giù tutti e due.

Discesa durissima, penosa. E poi, a casa, i giorni più difficili di sempre. Per Romano,una diagnosi di quelle che fanno paura: aplasia midollare, una malattia che non dà certezza di domani, e come non bastasse fattasi viva nella sua forma più grave. Due anni di cure nella Clinica Ematologica del Policlinico Universitario di Udine, due trapianti di midollo, i monti guardati solo da lontano come un sogno capace comunque di dare forza.

Se partono domani, Nives e Romano, è perché la loro vita ha di nuovo sterzato e ha potuto lasciare le corsie d'ospedale per imboccare i sentieri. La guarigione, la vita ritrovata, il dono di poter ricominciare tornando fino in fondo a essere se stessi, sapendo però anche di essere cambiati, perché è questo che fa il dolore quando entra a gamba tesa nelle vite: le cambia.

La coppia senza uguali dell'aria "sottile" mondiale - 51 anni lei, 49 lui - torna dunque in Himalaya come si torna a casa, in un posto dove è stata felice e dove lo sarà ancora anche se di poter salire un altro ottomila - che è poi lo stesso lasciato a metà nel 2009: il Kangchenjunga - potrà scoprirlo solo mettendo un passo davanti all'altro.

Alle spalle c'è il test della scorsa estate nella valle del Khumbu, con un gruppo che comprendeva anche una dottoressa dello staff che ha curato Romano: tre settimane di ripresa di contatto con l'alta montagna, la salita del Mera Peak (una vetta di 6476 metri), un bel modo per ricominciare.

Il Kang, al confine tra il Nepal e lo stato indiano del Sikkim, arriva oltre duemila metri più su e dunque sarà tutt'altra cosa: tocca quota 8586 metri, ed è la terza montagna della Terra, dopo Everest e K2.

«Potremo vedere solo sul posto come va» avvertono i redivivi delle altitudini estreme. è così, è davvero così. Solo nelle prossime settimane, dunque, sarà possibile capire se si potrà pensare, più in là, anche alle sfide all’'Annapurna e al Makalu, le altre vette con le quali Benet e Meroi dovrebbero vedersela per completare la leggendaria corona dell'Himalaya.

Come tre anni fa, il tentativo sarà affrontato dal versante sud-ovest. «Saremo in tre: Nives, io e una parte del mio donatore di midollo. - dice Romano riducendo la sfida alla sua essenza, anche se in realtà il gruppo che arriverà al campo base sarà di sei persone - Ma non posso dimenticare neppure le decine di donatori di sangue che mi hanno permesso di superare i due anni di malattia ».

Amici tutti senza volto, come quelli ' molti, moltissimi di più - che domani, il giorno della partenza, almeno con il pensiero prenderanno lo stesso volo verso Oriente per condividere uno straordinario ritorno. Per imbarcarli tutti non basterebbe neppure un A380, l'aereo più grande del mondo, ma a volte i battiti del cuore valgono quelli delle ali, e del resto vi avevamo avvertito: questa storia ha il passo leggero delle favole antiche, nelle quali tutto è possibile.


di Giorgio Spreafico

“La Provincia” mercoledì 4 aprile 2012




sabato 31 marzo 2012
Ci siamo, giovedì 5 aprile partiamo per la nostra nuova avventura :il Kangchenjunga:

Il Kangchenjunga è la terza montagna più elevata della Terra. Situata al confine fra il Nepal e lo stato indiano del Sikkim, dal 1838 al 1849 è stata ritenuta la vetta più elevata del pianeta. Nel 1849 rilevamenti britannici appurarono che l'Everest e il K2 erano più elevati. Il Kangchenjunga è il più orientale degli "ottomila" dell'Himalaya.

L'origine del termine Kangchenjunga è incerta e controversa ma una delle versioni più diffuse è quella che attribuisce alla parola la traduzione "cinque tesori della grande neve" con riferimento ai cinque picchi di cui è composto il massiccio.

Fu scalato per la prima volta nel 1955 da Charles Evans, che guidava una spedizione inglese ma il primo tentativo di scalata risale al 1905, quattro membri della spedizione guidata da Aleister Crowley morirono a causa di una valanga. Valanghe e smottamenti sono molto frequenti per via delle abbondanti precipitazioni.

Il Kangchenjunga è la terza montagna più elevata della Terra. Situata al confine fra il Nepal e lo stato indiano del Sikkim, dal 1838 al 1849 è stata ritenuta la vetta più elevata del pianeta. Nel 1849 rilevamenti britannici appurarono che l'Everest e il K2 erano più elevati. Il Kangchenjunga è il più orientale degli "ottomila" dell'Himalaya.

L'origine del termine Kangchenjunga è incerta e controversa ma una delle versioni più diffuse è quella che attribuisce alla parola la traduzione "cinque tesori della grande neve" con riferimento ai cinque picchi di cui è composto il massiccio.

Fu scalato per la prima volta nel 1955 da Charles Evans, che guidava una spedizione inglese ma il primo tentativo di scalata risale al 1905, quattro membri della spedizione guidata da Aleister Crowley morirono a causa di una valanga. Valanghe e smottamenti sono molto frequenti per via delle abbondanti precipitazioni.
Noi abbiamo intenzione di salire il versante Sud-Ovest, dove eravamo nel 09 prima della mia malattia, come ho detto recentemente saremo in tre : io, Nives e una parte del mio donatore di midollo, non posso dimenticare anche le decine di donatori di sangue che mi hanno permesso di superare questi due anni,  sarà una scoperta giorno per giorno sulla reazione del mio corpo alle grandi altitudini, anche se questo autunno abbiamo fatto un collaudo sul Mera Peak 6400 m che è andato molto bene, in questo caso però la quota è molto elevata e potremmo vedere solo sul posto come và.
In tutto siamo in sei, amici di amici, e ci conosceremo lungo il percorso di avvicinamento.
Questa volta con noi abbiamo solo un telefono satellitare, e ogni tanto daremo qualche notizia su quello che stiamo facendo.
A presto
Roman



giovedì 11 agosto 2011


La bella notizia che speravo di potervi dare: a fine ottobre Nives e Romano torneranno nuovamente in Asia. Nessuna spedizione, nessun primato, nessun obiettivo. Solo il piacere di poter camminare, di nuovo insieme, lungo i sentieri di quella che abbiamo sempre considerato la nostra terra adottiva. Sono trascorsi già due anni dal giorno in cui l'aplasia midollare fece comparsa nella nostra vita. Una malattia infrequente - per dirla in “medichese” - quasi sempre di origine idiopatica (in parole povere “priva di causa nota”) e che Romano purtroppo ha conosciuto nella sua forma più severa. Sono stati anni di attesa, anni in cui le nostre vite sono profondamente cambiate, in un lento altalenarsi di cauto ottimismo e gelide disillusioni. Ma abbiamo aspettato, con pazienza. E lottato. Romano, da alpinista, a sangue freddo. Senza sprecare risorse, con in testa la vita, la montagna. L'aria sottile. Così, ora che l'aplasia ha smesso di dettare le sue regole e Romano sembra stare di nuovo bene, è finalmente venuto il momento di rimettere lo zaino in spalla e far visita a coloro che ci hanno da sempre aspettato con fiducia, pronti a scoprire percorsi in passato solo sfiorati. Tre settimane a spasso per il Nepal insieme ad un piccolo gruppo di amici. Un trekking nella zona del Khumbu, uno splendido itinerario che, se tutto andrà bene, toccherà il suo culmine sulla cima del Mera Peak (6476 mt.). Insieme a Nives e Roman una delle dottoresse che si è presa cura di lui in questi anni di malattia. Un grande regalo, come grande è stato lo sforzo e la competenza della Clinica Ematologica del Policlinico Universitario di Udine, guidata dalla professionalità e dall'entusiasmo del Prof. Renato Fanin.
Si riparte dunque, finalmente in vacanza.
Leila


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